Strategie - Giunès Studio

Categoria: Strategie

  • Il lusso può usare l’AI senza perdere l’aura?

    Il lusso può usare l’AI senza perdere l’aura?

    Negli ultimi mesi le maison hanno provato a mettere l’intelligenza artificiale dentro le campagne, e il pubblico ha risposto quasi sempre allo stesso modo: storcendo il naso. Vale la pena guardare i casi concreti, perché raccontano bene dove passa il confine.

    A dicembre Valentino ha pubblicato su Instagram un video generato con l’AI per la borsa DeVain. Era etichettato come tale, onestamente. Sotto sono arrivati centinaia di commenti: “economico”, “pigro”, “disturbante”. A febbraio è toccato a Gucci, che nella campagna verso la settimana milanese aveva rimpiazzato diverse modelle con immagini AI, facendo pensare a molti a un taglio dei costi più che a una scelta estetica.

    Quando invece funziona

    Moncler ha preso la strada opposta e le è andata bene. Il film «From the Mountains to the City» è realizzato interamente con l’AI, usando il modello Veo di Google, eppure è costruito come un progetto vero, con una regia e un’idea dietro. Nessuno l’ha accusato di pigrizia. La differenza non stava nello strumento, stava nella cura.

    Hermès, dal canto suo, ha scelto di non giocare affatto quella partita e ha messo illustrazioni disegnate a mano sul proprio sito. Due risposte opposte, entrambe rispettate. Quello che il pubblico punisce è la scorciatoia, non la tecnologia.

    La fiducia è un asset fragile

    Il 2 luglio il Garante per la privacy ha definito l’AI un “terreno di competizione geopolitica”, citando il dilagare di deepfake e immagini false. Sembra lontano dalla moda. Non lo è: quando il pubblico sa che qualunque immagine può essere finta, l’autenticità diventa un valore di mercato. Un brand che sa mostrare da dove vengono le sue foto — chi le ha scattate, dove, con chi — parte avvantaggiato.

    Il consiglio che diamo ai marchi con cui lavoriamo è semplice. Usate l’AI dietro le quinte, per andare più veloci, e tenetela lontana dal proscenio. Nel momento in cui l’AI diventa la notizia, avete già perso il pezzo di racconto che vi rendeva desiderabili.

  • 14 modelli AI per una sola campagna: com’è fatta oggi la produzione visiva

    14 modelli AI per una sola campagna: com’è fatta oggi la produzione visiva

    C’è un numero, nell’ultimo rapporto di Andreessen Horowitz sui media generativi del 2026, che spiega più di mille discorsi: le aziende che producono contenuti su scala usano in media quattordici modelli di AI diversi tra immagini e video. Non uno. Quattordici, combinati.

    Chi si figura l’AI come un unico pulsante magico è rimasto indietro. La realtà somiglia molto di più a una catena di montaggio, dove ogni modello fa il suo pezzo.

    La produzione è diventata una pipeline

    I settori che corrono più forte sono tre: videogiochi, pubblicità ed e-commerce. Qui campagne che una volta chiedevano settimane oggi generano centinaia di varianti personalizzate in poche ore. In Italia un’azienda come PixelModa sforna circa dodici milioni di immagini e video l’anno per oltre novecento marchi, con una crescita intorno al dieci per cento al mese. Sono numeri da fabbrica.

    Anche gli strumenti classici si stanno adeguando. Adobe sta trasformando Firefly in un sistema con un “agente” creativo e ha annunciato l’acquisto di Topaz Labs, specializzata nel migliorare la qualità di foto e video. La direzione è chiara: meno clic manuali, più processi che si muovono da soli.

    Dove resta il valore

    Se chiunque può generare mille immagini in un pomeriggio, la mille-e-unesima non vale niente. Il valore scivola a monte e a valle: l’idea prima, la selezione dopo. Scegliere le tre immagini giuste tra le mille prodotte richiede gusto, e il gusto non si compra ancora in abbonamento.

    Per uno studio piccolo questa è quasi una buona notizia. Non competiamo sul volume, non lo faremo mai. Competiamo sulla direzione artistica, sulla capacità di dire cosa mettere davanti e cosa buttare. La fabbrica produce; qualcuno deve ancora decidere cosa merita di uscire dalla porta.

  • News della settimana: AI, video e creator (25 giugno 2026)

    News della settimana: AI, video e creator (25 giugno 2026)

    Ogni settimana raccogliamo le novità che contano per chi lavora con contenuti, AI e brand. L’obiettivo non è inseguire ogni annuncio, ma segnalare quello che può cambiare il modo di lavorare di una PMI. Ecco cosa è successo in questi giorni.

    Intelligenza artificiale

    OpenAI ha presentato Jalapeño, il suo primo chip dedicato all’inferenza, sviluppato con Broadcom per rendere i modelli più veloci ed economici. È un segnale chiaro: la corsa non è solo sui modelli, ma sull’infrastruttura che li fa girare a costi più bassi, e questo nel tempo significa AI più accessibile anche per le piccole imprese.

    Sul fronte modelli, il mese ha visto uscire diverse novità: la famiglia GPT-5.5 di OpenAI, Gemini 3.1 di Google e modelli aperti come GLM-5.2 rilasciato con licenza permissiva. Per chi non è del settore il messaggio è semplice: gli strumenti diventano più potenti e più economici quasi ogni mese.

    Strumenti per creator e video

    Instagram ha introdotto un teleprompter nativo, che permette di leggere un copione mantenendo lo sguardo in camera. Una piccola funzione che però rende i video parlati molto più professionali, senza attrezzatura aggiuntiva.

    Meta ha lanciato Creator Assistant, un assistente AI dentro Facebook che risponde alle domande dei creator sulle performance dei contenuti e sulla crescita. YouTube, dal canto suo, ha aggiunto una funzione di editing AI per gli Shorts. La direzione è chiara: le piattaforme stanno mettendo l’AI direttamente tra le mani di chi crea.

    Tra i tool, è uscito Edimakor V5 con funzioni di generazione video da riferimento, e diversi editor che trasformano audio in video, utili per chi vuole riusare podcast o voiceover come contenuti visivi.

    Cosa ce ne facciamo

    Dietro tutti questi annunci c’è una tendenza che seguiamo da vicino: creare contenuti di qualità costa sempre meno tempo, a patto di sapere quali strumenti usare e come. È esattamente il lavoro che facciamo per i nostri clienti. Se vuoi capire come queste novità possono aiutare il tuo brand, parliamone in una call gratuita.

    Fonti: OpenAI, Microsoft AI, Boot Camp Digital, llm-stats.com.

  • Strategia social per il mercato svizzero: cosa tenere a mente

    Strategia social per il mercato svizzero: cosa tenere a mente

    Una strategia social che funziona a Milano non funziona automaticamente a Lugano o a Zurigo. Il mercato svizzero ha caratteristiche sue, e ignorarle è il modo più rapido per buttare via budget. Chi vuole comunicare bene qui deve partire da queste differenze, non far finta che non esistano.

    La questione delle lingue

    La Svizzera è multilingue, e anche restando nella sola Svizzera italiana il pubblico spesso si muove tra italiano, tedesco e francese. La lingua non è solo traduzione: è tono, riferimenti, modo di rivolgersi alle persone. Un contenuto pensato per il pubblico ticinese e svizzero italiano deve suonare giusto, non tradotto.

    Qualità e sobrietà

    Il pubblico svizzero tende ad apprezzare la sostanza più dell’urlo. Toni troppo aggressivi, promesse esagerate e “offerte imperdibili” funzionano meno che altrove. Conta di più la qualità percepita: immagini curate, messaggi chiari, un brand che mantiene quello che promette. Per una PMI questo è una buona notizia, perché premia chi lavora bene più di chi grida forte.

    Costruire una strategia, non pubblicare a caso

    Una strategia social non è “postiamo ogni giorno qualcosa”. È decidere a chi parli, cosa vuoi che faccia chi ti segue, quali formati usi e con che ritmo. Senza questo, i social diventano una to-do list infinita che porta poco. Con questo, diventano un canale che porta richieste vere.

    Aiutiamo le PMI a costruire la propria presenza social tenendo conto del contesto svizzero, dal Ticino al resto del paese. Se vuoi capire come posizionarti, ne parliamo in una call gratuita.

  • Video marketing per i social: cosa funziona davvero per una PMI

    Video marketing per i social: cosa funziona davvero per una PMI

    Sui social oggi vince il video. Gli algoritmi lo premiano, le persone lo guardano più volentieri di un testo, e un reel ben fatto può raggiungere migliaia di persone che non ti conoscono. Il problema è che “fare video” sembra facile e quasi mai lo è. La maggior parte dei video aziendali annoia entro i primi tre secondi, e a quel punto è già finita.

    I primi tre secondi decidono tutto

    La regola più importante del video sui social è anche la più ignorata: devi catturare l’attenzione subito. Niente intro col logo che gira, niente “ciao a tutti benvenuti”. Si parte dal punto più interessante, dalla domanda che incuriosisce, dall’immagine che ferma il pollice mentre scorre. Se i primi secondi non funzionano, il resto del video non lo vedrà nessuno.

    Questo cambia il modo di girare. Non costruisci un video e poi cerchi un inizio a effetto: parti dall’aggancio e costruisci il resto attorno. È un mestiere, e si vede quando c’è dietro qualcuno che lo conosce.

    Quantità sì, ma con criterio

    I social premiano chi pubblica con costanza. Ma pubblicare tanto per pubblicare stanca il pubblico e non porta risultati. Meglio un piano: pochi formati che funzionano, ripetuti e variati nel tempo. Un video che spiega un dubbio comune dei clienti. Uno che mostra il dietro le quinte. Uno che presenta un prodotto in uso. Tre format, tante varianti.

    Per le PMI il vantaggio è che non serve un set hollywoodiano. Servono idee chiare, una produzione curata e un montaggio che tenga il ritmo. Tutto il resto è organizzazione.

    Se vuoi una strategia video pensata per il tuo brand e per il tuo pubblico, parliamone in una call gratuita e senza impegno.

  • UGC: perché i contenuti autentici convertono più della pubblicità patinata

    UGC: perché i contenuti autentici convertono più della pubblicità patinata

    Pensa all’ultima volta che hai comprato qualcosa online. Probabilmente hai cercato una recensione, un video di qualcuno che lo usava davvero, una foto reale e non quella ufficiale del produttore. Questo è il meccanismo dietro l’UGC, lo “user generated content”: contenuti che sembrano fatti da una persona vera, perché parlano la lingua delle persone vere.

    Funziona per un motivo semplice. Una pubblicità troppo perfetta mette in guardia. Un contenuto che sembra spontaneo, girato in casa o per strada, abbassa le difese e crea vicinanza. Per una PMI questo è oro, perché costa meno di una grande produzione e spesso converte di più.

    UGC non vuol dire improvvisato

    Qui c’è un equivoco da chiarire. “Autentico” non vuol dire “fatto a caso”. I contenuti UGC migliori sono studiati: c’è un’idea dietro, un messaggio chiaro, un invito all’azione. Solo che il tutto è confezionato per sembrare naturale, non costruito a tavolino.

    Nel nostro lavoro questo significa partire dai tuoi obiettivi reali. Vuoi far provare un prodotto? Spiegare un servizio complicato in modo semplice? Mostrare come si usa qualcosa? Ognuno di questi scopi porta a un tipo di video diverso. Agnese cura la produzione perché anche un contenuto “spontaneo” abbia una qualità che trattiene lo sguardo.

    Dove usarlo

    L’UGC vive bene sui social: reel, storie, TikTok, ma anche nelle ads e nelle pagine prodotto. Un video di trenta secondi che mostra qualcuno che usa il tuo prodotto può fare più di mille parole di descrizione. E si riutilizza: lo stesso contenuto diventa post, annuncio e materiale per la newsletter.

    Se non sai da dove cominciare, possiamo costruire insieme un piano di contenuti calibrato sul tuo brand e sul tuo pubblico. La prima call è gratuita.

  • UGC: una strategia di contenuti per aumentare le vendite

    UGC: una strategia di contenuti per aumentare le vendite

    Molti vedono l’UGC come qualche video carino da postare ogni tanto. Chi lo usa così raccoglie like e poco altro. L’UGC diventa potente quando smette di essere casuale e diventa una strategia: un sistema di contenuti pensato per accompagnare le persone dalla curiosità all’acquisto.

    Partire dal percorso del cliente

    Una persona non compra al primo video. Prima ti scopre, poi si incuriosisce, poi valuta, infine decide. Una buona strategia UGC produce contenuti per ognuno di questi momenti. Video che fanno conoscere il brand a chi non ti conosce. Contenuti che mostrano il prodotto in uso a chi sta valutando. Testimonianze e recensioni a chi è vicino a decidere.

    Tre tipi di contenuto che vendono

    I formati che funzionano di più sono pochi e si ripetono. Il primo è la dimostrazione: qualcuno usa il prodotto e mostra cosa fa. Il secondo è la testimonianza: una persona reale racconta com’è andata. Il terzo è il confronto prima/dopo, che rende visibile il risultato. Non serve inventare format strani: serve farne pochi, bene e con costanza.

    Misurare cosa funziona

    Il vantaggio di una strategia rispetto al postare a caso è che puoi misurare. Quale video porta più visite al sito? Quale tipo di contenuto genera più richieste? Una volta che lo sai, fai di più di quello che funziona e meno del resto. È così che l’UGC smette di essere un costo e diventa un investimento.

    Se vuoi trasformare i contenuti social in uno strumento di vendita e non solo di visibilità, costruiamo insieme una strategia su misura. La prima call è gratuita.

  • Come creare video efficaci per i social nel 2026

    Come creare video efficaci per i social nel 2026

    Quello che funzionava sui social due anni fa oggi passa inosservato. Il modo di guardare video è cambiato: più veloce, più verticale, più impaziente. Per una PMI che vuole farsi notare nel 2026, vale la pena capire cosa premia davvero l’attenzione delle persone adesso.

    Il verticale non è un’opzione

    Lo schermo del telefono è verticale, e i video che lo riempiono partono avvantaggiati. Un video orizzontale su un feed mobile sembra piccolo e fuori posto. Girare e montare pensando al formato verticale non è una moda: è adattarsi a come le persone tengono in mano il telefono.

    I primi secondi valgono tutto il resto

    Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo perché è la cosa che più spesso si sbaglia: se i primi due o tre secondi non agganciano, il video è perso. Niente loghi animati, niente preamboli. Si parte dal cuore del messaggio o da una domanda che incuriosisce.

    Ritmo e sottotitoli

    La maggior parte delle persone guarda senza audio, almeno all’inizio. I sottotitoli non sono un extra, sono parte del video. E il ritmo deve essere serrato: tagli rapidi, niente pause morte, ogni secondo che porta avanti qualcosa.

    Autenticità batte perfezione

    Nel 2026 il pubblico è stanco della pubblicità troppo levigata. Un video girato bene ma con un tono umano e diretto funziona meglio di uno spot impeccabile e freddo. Questo è una buona notizia per le PMI: conta più l’idea giusta che il budget.

    Se vuoi costruire dei video che le persone guardano davvero fino in fondo, possiamo aiutarti dalla strategia alla produzione. La prima call è gratuita.

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