C’è un numero, nell’ultimo rapporto di Andreessen Horowitz sui media generativi del 2026, che spiega più di mille discorsi: le aziende che producono contenuti su scala usano in media quattordici modelli di AI diversi tra immagini e video. Non uno. Quattordici, combinati.
Chi si figura l’AI come un unico pulsante magico è rimasto indietro. La realtà somiglia molto di più a una catena di montaggio, dove ogni modello fa il suo pezzo.
La produzione è diventata una pipeline
I settori che corrono più forte sono tre: videogiochi, pubblicità ed e-commerce. Qui campagne che una volta chiedevano settimane oggi generano centinaia di varianti personalizzate in poche ore. In Italia un’azienda come PixelModa sforna circa dodici milioni di immagini e video l’anno per oltre novecento marchi, con una crescita intorno al dieci per cento al mese. Sono numeri da fabbrica.
Anche gli strumenti classici si stanno adeguando. Adobe sta trasformando Firefly in un sistema con un “agente” creativo e ha annunciato l’acquisto di Topaz Labs, specializzata nel migliorare la qualità di foto e video. La direzione è chiara: meno clic manuali, più processi che si muovono da soli.
Dove resta il valore
Se chiunque può generare mille immagini in un pomeriggio, la mille-e-unesima non vale niente. Il valore scivola a monte e a valle: l’idea prima, la selezione dopo. Scegliere le tre immagini giuste tra le mille prodotte richiede gusto, e il gusto non si compra ancora in abbonamento.
Per uno studio piccolo questa è quasi una buona notizia. Non competiamo sul volume, non lo faremo mai. Competiamo sulla direzione artistica, sulla capacità di dire cosa mettere davanti e cosa buttare. La fabbrica produce; qualcuno deve ancora decidere cosa merita di uscire dalla porta.
