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Autore: Giunès Studio

  • Chi scatta la foto, tu o l’occhiale?

    Chi scatta la foto, tu o l’occhiale?

    Il 2 luglio Francesco Milleri, a capo di EssilorLuxottica, ha incontrato Mark Zuckerberg a New York. Sul tavolo, gli occhiali smart con intelligenza artificiale e come spingerli più in fretta sul mercato: una stretta di mano tra chi produce le montature più vendute al mondo e chi controlla la più grande piattaforma social, che vale la pena guardare da vicino se, come noi, le immagini le costruisci per mestiere.

    La cosa che ci ha incuriosito di più, però, è un’altra. Gli ultimi Meta Glasses hanno una funzione che sceglie da sola lo scatto migliore dentro una raffica. Non ritocca dopo: decide durante.

    L’AI si sposta prima dello scatto

    Per anni l’intelligenza artificiale nella fotografia ha lavorato a valle. Pulire, correggere, uniformare: cose che si fanno quando la foto esiste già. Questa funzione ribalta l’ordine e mette l’algoritmo nel momento esatto in cui premi il pulsante, a scegliere l’istante, l’espressione, la posa meno mossa.

    È comodo. È anche un piccolo spostamento di potere: una parte della decisione che prima era dell’occhio umano passa al software della montatura.

    Cosa cambia per un brand

    Chi gestisce i contenuti di un marchio si troverà presto a produrre più materiale, più in fretta, direttamente sul posto. Uno store manager che documenta un evento, un venditore che riprende un prodotto: tutti restituiranno scatti già “scelti” dalla macchina. Per il flusso quotidiano dei social è un guadagno netto.

    Il rischio si chiama appiattimento. Se tutti lasciano scegliere all’algoritmo, le immagini iniziano a somigliarsi, perché l’AI ottimizza verso la media di ciò che ha imparato a considerare “buono”. Un brand riconoscibile nasce quasi sempre dallo scatto che una macchina scarterebbe: quello un po’ storto, con l’ombra al posto sbagliato, che però racconta qualcosa.

    Noi la vediamo così: l’occhiale gestisca pure il flusso veloce, e la mano umana resti dove serve un’immagine che deve durare più di una storia da 24 ore. La tecnologia scala la quantità. La differenza la fa ancora chi decide cosa vale la pena inquadrare.

  • Il lusso può usare l’AI senza perdere l’aura?

    Il lusso può usare l’AI senza perdere l’aura?

    Negli ultimi mesi le maison hanno provato a mettere l’intelligenza artificiale dentro le campagne, e il pubblico ha risposto quasi sempre allo stesso modo: storcendo il naso. Vale la pena guardare i casi concreti, perché raccontano bene dove passa il confine.

    A dicembre Valentino ha pubblicato su Instagram un video generato con l’AI per la borsa DeVain. Era etichettato come tale, onestamente. Sotto sono arrivati centinaia di commenti: “economico”, “pigro”, “disturbante”. A febbraio è toccato a Gucci, che nella campagna verso la settimana milanese aveva rimpiazzato diverse modelle con immagini AI, facendo pensare a molti a un taglio dei costi più che a una scelta estetica.

    Quando invece funziona

    Moncler ha preso la strada opposta e le è andata bene. Il film «From the Mountains to the City» è realizzato interamente con l’AI, usando il modello Veo di Google, eppure è costruito come un progetto vero, con una regia e un’idea dietro. Nessuno l’ha accusato di pigrizia. La differenza non stava nello strumento, stava nella cura.

    Hermès, dal canto suo, ha scelto di non giocare affatto quella partita e ha messo illustrazioni disegnate a mano sul proprio sito. Due risposte opposte, entrambe rispettate. Quello che il pubblico punisce è la scorciatoia, non la tecnologia.

    La fiducia è un asset fragile

    Il 2 luglio il Garante per la privacy ha definito l’AI un “terreno di competizione geopolitica”, citando il dilagare di deepfake e immagini false. Sembra lontano dalla moda. Non lo è: quando il pubblico sa che qualunque immagine può essere finta, l’autenticità diventa un valore di mercato. Un brand che sa mostrare da dove vengono le sue foto — chi le ha scattate, dove, con chi — parte avvantaggiato.

    Il consiglio che diamo ai marchi con cui lavoriamo è semplice. Usate l’AI dietro le quinte, per andare più veloci, e tenetela lontana dal proscenio. Nel momento in cui l’AI diventa la notizia, avete già perso il pezzo di racconto che vi rendeva desiderabili.

  • Sora se ne va, Kling comanda: la mappa del video AI a luglio 2026

    Sora se ne va, Kling comanda: la mappa del video AI a luglio 2026

    A luglio 2026 la classifica dei generatori di video con l’AI ha una nuova testa: Kling, versione 3, ha superato tutti gli altri nei confronti a voto cieco. Nel frattempo Sora, il modello che due anni fa aveva acceso l’entusiasmo di mezzo settore, è uscito di scena: OpenAI ha chiuso app e sito il 26 aprile e spegnerà anche le API a settembre.

    Per chi produce video per i marchi, questi spostamenti non sono gossip tecnologico. Cambiano gli strumenti che avremo in mano la settimana prossima.

    Chi c’è oggi sul tavolo

    Google Veo, alla versione 3.1, resta il tuttofare: 4K, audio generato insieme all’immagine, buona resa nelle scene narrate. Kling 3 lo insegue da vicino sulla luce cinematografica e sui movimenti difficili — capelli, tessuti, liquidi — e aggiunge una modalità a più inquadrature. Runway tiene il suo posto tra i professionisti per il controllo fine: movimenti di camera, pennello del movimento, personaggi coerenti da un’inquadratura all’altra.

    E poi c’è la velocità. Dal 26 giugno Runway ha reso disponibile Seedance 2.0 Mini, che genera clip da 4 a 15 secondi con controllo dei fotogrammi chiave. Sembra un dettaglio da nerd. È invece la cosa che rende l’AI usabile sul serio: poter dire “questo fotogramma, qui” invece di sperare.

    Cosa conviene a un brand

    La domanda giusta non è quale sia il modello più impressionante. È quale ti restituisce la stessa cosa due volte di fila. Un teaser di prodotto, una campagna declinata in dieci formati, un video che deve rispettare i colori del marchio: qui vince chi controlla, non chi stupisce.

    Nel nostro lavoro il video AI serve a prototipare in fretta, provare un’idea di movimento, coprire i formati secondari. La scena che il cliente ricorderà la giriamo ancora con una camera vera. Gli strumenti cambieranno di nuovo tra sei mesi; il criterio no. Prima il controllo, poi l’effetto.

  • Prada fotografa la fotografia (e cosa insegna a chi non è Prada)

    Prada fotografa la fotografia (e cosa insegna a chi non è Prada)

    La campagna Prada per la primavera-estate 2026 si chiama «Image of an Image» e fa una cosa strana: fotografa delle immagini. L’artista Anne Collier ha costruito nature morte in cui delle mani reggono stampe della campagna stessa, su fondali colorati; a scattarle Oliver Hadlee Pearch, davanti all’obiettivo Carey Mulligan e Hunter Schafer. Una foto che parla di foto.

    Sembra un gioco intellettuale per addetti ai lavori. Dice invece parecchio su come le grandi maison trattano le immagini: come opere firmate, non come contenuto da riempire.

    Tre modi diversi di dire la stessa cosa

    Gucci, per l’ultima collezione, ha rinunciato alla passerella e l’ha sostituita con un cortometraggio, «The Tiger», nato dall’incontro tra il regista Spike Jonze e il direttore creativo Demna, con Demi Moore e Edward Norton. Non una sfilata ripresa: un film pensato come film.

    Hermès ha fatto il gesto opposto e altrettanto netto. Per la prima volta ha messo sul proprio sito delle illustrazioni disegnate a mano. Niente resa fotorealistica, niente 3D. Il tratto di una persona, ben visibile.

    Prada che riflette sull’immagine, Gucci che gira un film d’autore, Hermès che torna alla matita. Strade lontane, stessa idea di fondo: l’immagine del marchio è un atto creativo, non un post da programmare.

    Cosa può prendere chi non ha quel budget

    Serve una campagna da milioni per ragionare così? No. Serve una decisione. Stabilire che ogni foto del tuo brand ha un’idea dietro, anche minima: un punto di vista, una luce che torna, un dettaglio ricorrente. Un artigiano del Ticino può avere una cifra visiva riconoscibile quanto una maison, nel momento in cui smette di trattare le immagini come un obbligo da social.

    La lezione di Prada, Gucci e Hermès non sta nel mezzo, sta nel metodo. Prima l’idea, poi lo scatto. È l’unica parte che nessun budget ti regala e nessuna AI scrive al posto tuo.

  • 14 modelli AI per una sola campagna: com’è fatta oggi la produzione visiva

    14 modelli AI per una sola campagna: com’è fatta oggi la produzione visiva

    C’è un numero, nell’ultimo rapporto di Andreessen Horowitz sui media generativi del 2026, che spiega più di mille discorsi: le aziende che producono contenuti su scala usano in media quattordici modelli di AI diversi tra immagini e video. Non uno. Quattordici, combinati.

    Chi si figura l’AI come un unico pulsante magico è rimasto indietro. La realtà somiglia molto di più a una catena di montaggio, dove ogni modello fa il suo pezzo.

    La produzione è diventata una pipeline

    I settori che corrono più forte sono tre: videogiochi, pubblicità ed e-commerce. Qui campagne che una volta chiedevano settimane oggi generano centinaia di varianti personalizzate in poche ore. In Italia un’azienda come PixelModa sforna circa dodici milioni di immagini e video l’anno per oltre novecento marchi, con una crescita intorno al dieci per cento al mese. Sono numeri da fabbrica.

    Anche gli strumenti classici si stanno adeguando. Adobe sta trasformando Firefly in un sistema con un “agente” creativo e ha annunciato l’acquisto di Topaz Labs, specializzata nel migliorare la qualità di foto e video. La direzione è chiara: meno clic manuali, più processi che si muovono da soli.

    Dove resta il valore

    Se chiunque può generare mille immagini in un pomeriggio, la mille-e-unesima non vale niente. Il valore scivola a monte e a valle: l’idea prima, la selezione dopo. Scegliere le tre immagini giuste tra le mille prodotte richiede gusto, e il gusto non si compra ancora in abbonamento.

    Per uno studio piccolo questa è quasi una buona notizia. Non competiamo sul volume, non lo faremo mai. Competiamo sulla direzione artistica, sulla capacità di dire cosa mettere davanti e cosa buttare. La fabbrica produce; qualcuno deve ancora decidere cosa merita di uscire dalla porta.

  • News della settimana: AI, video e creator (25 giugno 2026)

    News della settimana: AI, video e creator (25 giugno 2026)

    Ogni settimana raccogliamo le novità che contano per chi lavora con contenuti, AI e brand. L’obiettivo non è inseguire ogni annuncio, ma segnalare quello che può cambiare il modo di lavorare di una PMI. Ecco cosa è successo in questi giorni.

    Intelligenza artificiale

    OpenAI ha presentato Jalapeño, il suo primo chip dedicato all’inferenza, sviluppato con Broadcom per rendere i modelli più veloci ed economici. È un segnale chiaro: la corsa non è solo sui modelli, ma sull’infrastruttura che li fa girare a costi più bassi, e questo nel tempo significa AI più accessibile anche per le piccole imprese.

    Sul fronte modelli, il mese ha visto uscire diverse novità: la famiglia GPT-5.5 di OpenAI, Gemini 3.1 di Google e modelli aperti come GLM-5.2 rilasciato con licenza permissiva. Per chi non è del settore il messaggio è semplice: gli strumenti diventano più potenti e più economici quasi ogni mese.

    Strumenti per creator e video

    Instagram ha introdotto un teleprompter nativo, che permette di leggere un copione mantenendo lo sguardo in camera. Una piccola funzione che però rende i video parlati molto più professionali, senza attrezzatura aggiuntiva.

    Meta ha lanciato Creator Assistant, un assistente AI dentro Facebook che risponde alle domande dei creator sulle performance dei contenuti e sulla crescita. YouTube, dal canto suo, ha aggiunto una funzione di editing AI per gli Shorts. La direzione è chiara: le piattaforme stanno mettendo l’AI direttamente tra le mani di chi crea.

    Tra i tool, è uscito Edimakor V5 con funzioni di generazione video da riferimento, e diversi editor che trasformano audio in video, utili per chi vuole riusare podcast o voiceover come contenuti visivi.

    Cosa ce ne facciamo

    Dietro tutti questi annunci c’è una tendenza che seguiamo da vicino: creare contenuti di qualità costa sempre meno tempo, a patto di sapere quali strumenti usare e come. È esattamente il lavoro che facciamo per i nostri clienti. Se vuoi capire come queste novità possono aiutare il tuo brand, parliamone in una call gratuita.

    Fonti: OpenAI, Microsoft AI, Boot Camp Digital, llm-stats.com.

  • AI nella post-produzione foto e video: cosa cambia (e cosa no)

    AI nella post-produzione foto e video: cosa cambia (e cosa no)

    Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale ha cambiato parecchio il modo di lavorare in post-produzione. Operazioni che prima richiedevano ore, oggi si fanno in minuti: pulire uno sfondo, uniformare i colori, recuperare un dettaglio, migliorare la nitidezza. Per un piccolo studio significa poter offrire una qualità che prima era riservata alle grandi produzioni.

    Ma attorno all’AI c’è anche tanta confusione, e vale la pena chiarire cosa fa e cosa non fa.

    Cosa fa bene l’AI

    L’AI è uno strumento eccezionale per le operazioni ripetitive e tecniche. Ottimizzare la luce, correggere i colori in modo coerente su decine di scatti, ripulire imperfezioni, adattare un’immagine a formati diversi. Tutto questo l’AI lo fa in fretta e bene, liberando tempo per la parte creativa.

    Nel nostro lavoro questo si traduce in tempi più rapidi e in una resa più uniforme. Un intero set di foto prodotto può avere lo stesso trattamento impeccabile senza settimane di ritocco manuale.

    Cosa l’AI non sostituisce

    Qui sta il punto che molti saltano. L’AI lavora su un’immagine che esiste già. Non decide la luce sul set, non sceglie l’angolazione che racconta meglio il prodotto, non costruisce l’atmosfera di uno scatto. Quella è la parte umana, ed è quella che fa la differenza tra una foto corretta e una foto che vende.

    Per questo nel nostro studio l’AI è un assistente, non il regista. Agnese guida lo shooting e decide la direzione; l’AI velocizza e affina. Il risultato è il meglio dei due mondi: la qualità artigianale di chi sa scattare, con l’efficienza degli strumenti moderni.

    Se vuoi vedere cosa significa in pratica per il tuo brand, guarda i nostri lavori e prenota una call gratuita.

  • Strategia social per il mercato svizzero: cosa tenere a mente

    Strategia social per il mercato svizzero: cosa tenere a mente

    Una strategia social che funziona a Milano non funziona automaticamente a Lugano o a Zurigo. Il mercato svizzero ha caratteristiche sue, e ignorarle è il modo più rapido per buttare via budget. Chi vuole comunicare bene qui deve partire da queste differenze, non far finta che non esistano.

    La questione delle lingue

    La Svizzera è multilingue, e anche restando nella sola Svizzera italiana il pubblico spesso si muove tra italiano, tedesco e francese. La lingua non è solo traduzione: è tono, riferimenti, modo di rivolgersi alle persone. Un contenuto pensato per il pubblico ticinese e svizzero italiano deve suonare giusto, non tradotto.

    Qualità e sobrietà

    Il pubblico svizzero tende ad apprezzare la sostanza più dell’urlo. Toni troppo aggressivi, promesse esagerate e “offerte imperdibili” funzionano meno che altrove. Conta di più la qualità percepita: immagini curate, messaggi chiari, un brand che mantiene quello che promette. Per una PMI questo è una buona notizia, perché premia chi lavora bene più di chi grida forte.

    Costruire una strategia, non pubblicare a caso

    Una strategia social non è “postiamo ogni giorno qualcosa”. È decidere a chi parli, cosa vuoi che faccia chi ti segue, quali formati usi e con che ritmo. Senza questo, i social diventano una to-do list infinita che porta poco. Con questo, diventano un canale che porta richieste vere.

    Aiutiamo le PMI a costruire la propria presenza social tenendo conto del contesto svizzero, dal Ticino al resto del paese. Se vuoi capire come posizionarti, ne parliamo in una call gratuita.

  • Foto prodotto per e-commerce: i dettagli che fanno comprare

    Foto prodotto per e-commerce: i dettagli che fanno comprare

    In un negozio fisico il cliente prende in mano il prodotto, lo gira, lo prova. Online non può fare niente di tutto questo. L’unica cosa che ha sono le foto. Per questo, in un e-commerce, le immagini non sono un dettaglio: sono il prodotto, almeno finché non arriva a casa.

    Foto deboli generano dubbi, e i dubbi generano carrelli abbandonati. Foto chiare, fatte bene, da più angolazioni, tolgono al cliente la paura di sbagliare acquisto. È un investimento che si ripaga in conversioni.

    Cosa serve davvero

    Per un e-commerce le immagini efficaci seguono alcuni principi. Sfondo pulito, di solito bianco o neutro, perché il prodotto deve essere protagonista. Più angolazioni, perché il cliente vuole girarci intorno con gli occhi. Almeno un dettaglio ravvicinato sui materiali o le finiture. E, dove ha senso, una foto del prodotto in uso, che aiuta a immaginarlo nella propria vita.

    La luce è tutto. Una luce sbagliata altera i colori, e un colore sbagliato significa resi e clienti scontenti. Per questo lo studio conta: permette di controllare la luce e ottenere immagini fedeli e coerenti tra loro.

    Coerenza prima di tutto

    Un errore comune è scattare i prodotti in momenti diversi, con luci e stili diversi. Il risultato è un catalogo che sembra un patchwork. La forza di un e-commerce sta nella coerenza: tutte le foto con lo stesso trattamento, così la pagina prodotto trasmette ordine e affidabilità.

    Nel nostro studio a Lugano gestiamo shooting di prodotto pensati per l’e-commerce, con post-produzione AI che ottimizza colori e dettagli mantenendo il prodotto reale. Se stai costruendo o rinnovando il tuo negozio online, partiamo da una call gratuita.

  • CRM e follow-up automatici: come non perdere più un cliente per strada

    CRM e follow-up automatici: come non perdere più un cliente per strada

    C’è una statistica che fa riflettere: la maggior parte delle vendite non si chiude al primo contatto, ma dopo diversi follow-up. Eppure quasi nessuno fa abbastanza follow-up. Il motivo è banale: ci si dimentica. Arriva una richiesta, si risponde, e poi la vita va avanti. Il cliente resta in sospeso e, dopo qualche giorno, compra altrove.

    Un CRM, cioè un sistema per gestire i contatti, risolve questo problema. Ma da solo non basta: un CRM che richiede di inserire tutto a mano viene abbandonato dopo due settimane. La svolta arriva quando lo colleghi alle automazioni.

    Cosa cambia con le automazioni

    Immagina questo flusso. Un cliente compila il form sul tuo sito. Il contatto entra automaticamente nel CRM, con tutti i dati. Parte una mail di conferma. Dopo due giorni, se non ha risposto, il sistema manda un promemoria gentile. Dopo una settimana, avvisa te che è il momento di richiamare. Niente di tutto questo richiede che qualcuno se ne ricordi.

    Il risultato è che nessun contatto cade nel vuoto. Ogni persona che ti scrive riceve attenzione nei tempi giusti, in modo costante. E tu hai sotto controllo a che punto è ogni trattativa, senza tenere tutto a mente.

    Non serve un sistema complicato

    Le PMI a volte rinunciano al CRM perché lo immaginano come un software enorme e costoso da configurare per mesi. Non è così. Si parte da quello che ti serve davvero: raccogliere i contatti, non dimenticarli, seguirli con costanza. Il resto si aggiunge col tempo, se serve.

    Costruiamo questi sistemi su misura, partendo dal modo in cui gestisci oggi i tuoi clienti. La prima call è gratuita e serve a capire dove perdi contatti e come fermare la falla.

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